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S. GIUSEPPE da Leonessa, Sacerdote O.F.M.

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view post Posted on 4/2/2011, 13:37

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Venerdì 04 Febbraio 2011
San Giuseppe da Leonessa
Sacerdote O.F.M.



Giuseppe (al secolo Eufranio Desideri) nasce a Leonessa (RI) l’8 gennaio 1556 da un'agiata famiglia di mercanti.

Famiglia importante, ma sfortunata: i genitori, Giovanni Desideri e Francesca Paolini, muoiono in breve tempo quando lui è ancora piccolo. Studia sotto la guida dello zio paterno Battista a Viterbo, poi si ammala e ritorna a Leonessa. Qui viene in contatto con i frati cappuccini e decide di prendere anche lui il saio rinunciando, seguendo l'esempio di S. Francesco, alle ricchezze famigliari.

Il 3 gennaio 1572, Eufranio entra nel convento di Assisi, fa il noviziato, a 17 anni già pronuncia i voti e prende il nome di fra Giuseppe.

Ordinato sacerdote, il 24 dicembre del 1580 ad Amelia (RI), intraprende un'intensa attività di predicazione nei territori appenninici tra Marche e l'Umbria, fino a quando, nel 1587, chiede ed ottiene da Pp Sisto V di recarsi a Costantinopoli per curare, confortare ed assistere i cristiani fatti prigionieri, per evangelizzare i turchi e lo stesso sultano. Quando tentò di avvicinarsi a quest'ultimo, che si chiamava Murad III, fu incarcerato e torturato: fu sottoposto al supplizio del gancio, a cui venne appeso con una mano ed un piede per ordine del sultano stesso; sfiorò il martirio. Dopo esser stato torturato fu espulso da Costantinopoli.

Ritornato in patria, riprese la predicazione con rinnovata lena. Si dedicò ai poveri e agli infermi, lottò contro le prepotenze e le ingiustizie, realizzando rifugi per ammalati e pellegrini ed istituendo i monti frumentari e quelli di pietà nei paesi pedemontani dove più misere erano le condizioni economiche della popolazione.

Fra Giuseppe era considerato un santo già in vita; i contemporanei gridarono al miracolo in più di una circostanza: famoso è rimasto quello della moltiplicazione delle fave.

Morì in fama di santità, dopo una malattia lunga e dolorosa, il 4 febbraio del 1612. La morte lo colse ad Amatrice, altro paese del reatino dove fu sepolto. Alla sua morte il barone Latino Orsini chiese ed ottenne che il pittore Pasquale Rigo si recasse da Montereale ad Amatrice per immortalare il santo.

L'immagine consegnata ai posteri dall'artista locale, a cui l'iconografia di San Giuseppe da Leonessa ha fatto costante riferimento nei secoli a venire, è oggi venerata nel paese di Vimdoli. Proprio il pittore Rigo nel gennaio del 1613 rilasciò la seguente dichiarazione al notaio Cipriano Rufino, che la avalla e la trasmette al tribunale ecclesiastico per il processo di canonizzazione: “.. l'anno passato, e proprio nel mese di febraro, ritrovandomi alquanto indisposto dalla polacra, che spesse volte mi soleva travagliare, fui chiamato per parte dell'università dell'Amatrice , che volese andare in detta terra per fare il ritratto del padre fra Giuseppe cappuccino da Leonessa, già poco prima morto; et io ritrovandomi impedito, come ho detto, recusai d'andare. (…) ecco che mentre uscì dalla messa, mi trovai guarito, e così ancorché fusse cattivissimo tempo di neve, ghiacci, venti, me ne andai alla istessa hora senza patire scomodità alcuna per il viaggio ne mai più (Iddio gratia) ho inteso dolore di detta infermità. Il che reputo a gratia fattami dal Signore per la intercessione di detto padre fra Giuseppe”.

Giuseppe da Leonessa fu beatificato da Pp Clemente XII (Lorenzo Corsini, 1730-1740), il 22 giugno 1737, e canonizzato da Pp Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini, 1740-1758), il 29 giugno 1746.

Gli abitanti di Leonessa, ritenendo più giusto che le spoglie del santo riposassero nella città d'origine, una notte del 1639 perpetrarono il “sacro furto”, trasportandone il corpo nel paese natio. Ancora oggi le spoglie del santo riposano nella chiesa barocca di San Giuseppe a Leonessa.

Alla processione di aprile, con il cuore del santo, partecipano moltissime persone; i festeggiamenti in suo onore si ripetono anche la seconda domenica di settembre.

S. Giuseppe da Leonessa è stato proclamato patrono delle missioni in Turchia, il 12 gennaio del 1952, dal Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958).

 
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view post Posted on 3/2/2012, 21:44

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Nasce a Leonessa, nel Reatino, l'8 gennaio 1556. Eufranio rimane orfano da piccolo e a sedici entra entra nel convento dei cappuccini di Assisi e a diciassette anni pronuncia i voti e prende il nome di Giuseppe. Ordinato sacerdote nel 1580 si dedica alla predicazione. Ma il suo sogno è la missione, sogno che si avvera quando, a trentun'anni, viene mandato a Costantinopoli dove i vescovi cattolici sono stati allontanati e i fedeli rimasti sono emarginati: a costoro i cappuccini danno assistenza. Ma Giuseppe si spinge oltre, cerca di parlare al sultano Murad III, prova a penetrare nel suo palazzo ma viene arrestato: Dopo essere stato legato ad una trave sotto la quale arde un fuoco per tre giorni, viene espulso dal Paese. Torna in Italia e riprende a fare il predicatore. In ogni paese che attraversa lascia un segno indelebile: a tal punto che nascono molte confraternite intitolate al suo nome. Muore ad Amatrice il 4 febbraio 1612 a seguito di una dolorosa malattia. È stato proclamato santo da Benedetto XIV nel 1746. (Avvenire)

Martirologio Romano: Ad Amatrice nel Lazio, san Giuseppe da Leonessa, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che a Costantinopoli aiutò i prigionieri cristiani e, dopo aver duramente patito per aver predicato il Vangelo fin nel palazzo del Sultano, tornato in patria rifulse nella cura dei poveri.

Al battesimo gli danno un nome insolito, Eufranio, che non sembra avere molti precedenti (più noto è Eufronio, nome di due santi del V e VI secolo). Famiglia importante, ma sfortunata: i genitori, Giovanni Desideri e Francesca Paolini, muoiono in breve tempo quando lui è ancora piccolo. Studia sotto la guida dello zio paterno Battista a Viterbo, poi si ammala e ritorna a Leonessa. Qui viene in contatto con i frati cappuccini e decide di prendere anche lui il saio.
Eufranio entra sedicenne nel loro convento di Assisi, fa il noviziato, a 17 anni già pronuncia i voti e prende il nome di fra Giuseppe. Prosegue negli studi teologici fino al sacerdozio (1580) e fa le sue prime esperienze di predicatore nelle campagne dell’Italia centrale.
Il suo sogno, però, è la missione. E si realizza per lui a 31 anni, quando il suo Ordine lo manda con altri a Costantinopoli, l’antica capitale dell’Impero romano d’Oriente, che da un secolo è capitale dell’Impero turco (l’ha conquistata nel 1453 il sultano Maometto II sconfiggendo Costantino XI, l’ultimo imperatore, caduto in combattimento con gli ultimi difensori: greci, genovesi e veneziani). I turchi hanno lasciato al loro posto il patriarca e i vescovi “orientali”, cioè separati dalla Chiesa di Roma in seguito allo scisma nel 1094. I vescovi cattolici sono stati invece colpiti e allontanati. Tra i fedeli, molti vivono in schiavitù, e altri sono isolati e dispersi intorno a chiese in rovina.
I missionari cappuccini hanno un loro programma graduale nella metropoli d’Oriente: assistenza ai cattolici in prigionia, ai malati, collegamento con i gruppi cattolici occidentali che sono a Costantinopoli per lavoro e commercio. E così fa lui, fra Giuseppe. Ma il suo temperamentolo spinge a fare di più, e subito: pensa di annunciare il Vangelo anche ai turchi, di rivolgersi personalmente al sultano Murad III. Anzi, tenta di infilarsi nel suo palazzo. E così lo arrestano come sovversivo, poi lo tengono per tre giorni appeso per una mano e un piede a un’alta trave, sotto la quale è acceso un fuoco. Infine, espulso, torna in Italia a fare il predicatore itinerante, accompagnato da qualche confratello; e sempre a piedi, nello stile cappuccino (così può vedere il mondo con gli occhi di coloro che a piedi vivono e muoiono). Si impone ritmi quasi incredibili, che sfiancano i suoi compagni di missione: anche sei-sette prediche in un giorno; e pochissimo riposo, perché è importantissimo anche il colloquio con la persona singola, la famiglia singola. O con chi è condannato a morte e lo vuole accanto a sé nel carcere, per le ultime ore di vita. Per i malati, si sforza di far sorgere piccoli ospedali e ricoveri; a volte ci lavora anche con le braccia. E combatte l’usura che dissangua le famiglie, facendo nascere Monti di Pietà e Monti frumentari, per il piccolo credito a tasso sopportabile.
Così, per i paesi e le cittadine che attraversa e scuote, questo cappuccino diventa un portavoce, una bandiera. Nasceranno confraternite intitolate al suo nome, dopo la morte tra i cappuccini di Amatrice, a 56 anni, per una malattia molto dolorosa. Fra Giuseppe viene sepoltolì, nella chiesa conventuale. Nel1639 il corpo è poi trasportato a Leonessa, dove tuttora si trova, nel santuario a lui dedicato. Papa Benedetto XIV lo proclama santo nel 1746.

Autore: Domenico Agasso (Famiglia Cristiana)

In Leonessa (Rieti) ebbe i natali l’8 gennaio 1556 Eufranio Desideri da Giovanni e Francesca Paolini, di famiglia ricca e appartenente alla nobiltà del paese. Il fanciullo perdette, a poca distanza l’uno dall’altro, i genitori e fu accolto dallo zio paterno, Battista, “maestro di umanità” a Viterbo, sotto la cui guida si poté formare un’educazione religiosa e una notevole cultura. Ornato di eccellenti doti, non gli mancarono le prospettive di un ambito matrimonio, ma egli dimostrò di avere altre aspirazioni e costantemente rifiutò le proposte caldeggiate dai parenti. Colpito da grave malattia, fu consigliato di ritornare al paese natale dove cominciò a frequentare il convento dei Cappuccini e, in occasione di una visita del provinciale dell’Umbria, chiese di essere accolto in religione. Fece il suo noviziato alle Carcerelle di Assisi, vestendo l’abito nel gennaio 1572 e mutando il nome di Eufranio in quello di G. I famigliari cercarono invano di strapparlo al convento, adducendo la necessità di assistenza che avevano le quattro sorelle, ma Giuseppe ai richiami del sangue, preferì la voce di Dio e, trascorso nel fervore l’anno di prova, fu avviato allo studio della filosofia e della teologia. Cominciò inoltre a distinguersi in modo particolare per lo spirito di penitenza.
Ordinato sacerdote e nominato predicatore, subito si dedicò con entusiasmo a tale ministero, accarezzando in cuor suo il desiderio di andare nelle missioni tra gli infedeli. Proprio in quegli anni, infatti, si profilava una possibile evangelizzazione dei musulmani: due cappuccini erano riusciti a penetrare a Costantinopoli fin dal 1551, seguiti, nel 1583, da alcuni gesuiti. Nel 1587, al capitolo generale dell’Ordine fu trattato il problema delle missioni e il nuovo ministro generale, Girolamo da Polizzi, decise una spedizione per Costantinopoli, che la S. Sede voleva affidata ai Cappuccini. Giuseppe che aveva presentato da anni la domanda non era tra i prescelti; se non che, poté improvvisamente entrare a far parte del gruppo, dovendo sostituire Egidio di S. Maria, che all’ultimo momento non era più in grado di partire. A Costantinopoli i missionari trovarono alloggio nel quartiere di Pera, ripararono una cadente chiesa e, prima di tutto, cominciarono a svolgere il loro ministero tra gli occidentali colà residenti. A Giuseppe fu affidata, in modo particolare, la cura dei numerosi cristiani tenuti prigionieri dai Turchi e ad essi egli dedicò tutto se stesso. Spinto però dal suo fervore egli avrebbe voluto affrontare direttamente gli infedeli e, con un’audacia a noi oggi incomprensibile, ma spiegabile per quei tempi, con vari stratagemmi cercò di penetrare nel palazzo stesso del sultano Murad III per parlargli. In uno di questi tentativi fu arrestato, imprigionato e condannato alla pena del gancio. Per tre giorni rimase sospeso, con un uncino alla mano destra e uno al piede, ad una trave alta su di un fuoco acceso sopportando anche i dileggi e gli insulti della folla. Indi venne liberato e espulso.
Rientrato in Italia, riprese con rinnovato fervore il ministero della predicazione, accompagnandolo con costanti ed eroici esercizi di penitenza. Si nutriva con pochi legumi, o un po’ di pane macerato nell’acqua; dormiva su due sassi e un sacco di paglia, e continuava nella sua attività instancabile, arrivando a tenere anche otto prediche la giorno in luoghi diversi e distanti.
Alla sua predicazione diede un carattere popolare, favorendo la pacificazione degli animi e il sollievo dei poveri, istituendo Monti di Pietà e Monti Frumentari, erigendo e riparando ospedali. Dagli Atti del processo di beatificazione risulta che Iddio lo favorì del dono dei miracoli, della scrutazione dei cuori, e di particolari grazie di orazione. Nella comunità ebbe l’ufficio di superiore locale e di segretario provinciale.
Dio, che gli aveva risparmiato il martirio, gli riservò per purificazione una grave malattia che richiese un dolorosissimo quanto inefficace intervento. Trasferito nel convento di Amatrice, dove era superiore un suo nipote, Giuseppe si preparò serenamente alla morte che sopraggiunse, accompagnata da miracoli, il 4 febbraio 1612; aveva cinquantasette anni. Il suo venerato corpo, per volontà dei maggiorenti della città, fu sottoposto ad uno speciale intervento di conservazione e venne inumato nella chiesa conventuale di Amatrice, da dove, nel 1639, fu trasferito alla sua città natale, dove tuttora si venera.
Fu beatificato da Clemente XII nel 1737 e canonizzato da Benedetto XIV il 29 giugno 1746; la festa liturgica è celebrata dal suo Ordine il 4 febbraio. Si conservano di lui lettere e prediche di cui alcune edite. Iconograficamente, è rappresentato sospeso sul patibolo o nell’atto di predicare.

Autore: Cassiano da Langasco

 
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